viaaaa!!!

viaaaa!!!

mercoledì 2 febbraio 2011

Saviano





Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un brano tratto da“Popstar della cultura” di Alessandro Trocino, Fazi editore.



Quando Dal Lago, nell’ormai celebre libello, lo chiamerà «eroe di carta», Saviano reagirà con sdegno. E con lui la schiera dei fedelissimi. Le accuse del sociologo sono circostanziate, anche se talvolta inesatte. Le repliche saranno virulente. Dal Lago prende di petto Saviano e Gomorra, che considera «una bolla comunicativa senza precedenti». Non si salva quasi nulla dell’opera né dell’autore. Demoliti lo stile, l’impianto narrativo, la confusione tra io narrante, io autore e io reale, le imprecisioni narrative, la «retorica consolatoria basata sui sensi di colpa», «l’insalata di camorristi in trasferta, periferie francesi e napoletane, talebani, mafiosi turchi…», la tesi che «il capitalismo globale è criminale », le immagini a effetto, le iperboli cinematografiche e fumettistiche, «l’assenza del politico», «l’esaltazione romantica e antistorica della lotta contro i criminali come gesto morale», «l’assoluzione di principio del potere statale», «l’assenza di documentazione», la «riduzione del nemico a caricatura», «la funzione anestetizzante e distraente della retorica dell’eroismo», «l’ottica ossessiva di scrittore anticamorra». (...)

Ma la violenza dell’accusa è resa forse necessaria da quella cortina di consenso acritico che circonda Saviano fin dall’apparizione di Gomorra e soprattutto dal rischio che i pasdaran dell’ortodossia militante finiscano per annullare anche i pregi dell’opera. Rotto l’incantesimo, spezzata l’illusione infantile dell’eroismo di carta, illuminata l’ingenuità corriva di chi ha proiettato la propria inerzia intellettuale e civile nell’attivismo letterario del “savianismo”, svelato il meccanismo di produzione mediatica e sociale dell’icona, si può e si deve finalmente restituire l’uomo Roberto Saviano a se stesso e Gomorra alla storia contemporanea.

Spezzato il corto circuito tra opera e vita, accertata la natura postideologica del fenomeno, cancellato il glamour mediatico, sceverati i detrattori razionali dai mestatori politici (se non peggio), annullato il meccanismo ricattatorio della buona causa, ci si può chiedere però che cosa resta. Resta un’opera che ha meritoriamente attirato l’attenzione sull’urgenza della lotta contro la criminalità organizzata. Un’opera che ha svelato i meccanismi globali, economici e sociali, della camorra. Un’opera che ha saputo dare corpo a una militanza che non è una diminutio definire anche e soprattutto letteraria.

Bisognerebbe, forse, leggere di più Gomorra e ascoltare di meno Saviano. Che sembra aver imboccato un vicolo cieco. Sovrastato da un compito forse più grande di lui, ovvero quello di rappresentare il nuovo Pasolini per un’Italia confusa e devastata da vent’anni di berlusconismo e di liquefazione della sinistra, ha scelto di diventare, oltre che un eroe anticamorra, un santino dell’antiberlusconismo e un testimone dell’indignazione permanente. Ha recitato la “messa” televisiva insieme a Fabio Fazio, ha rielaborato la macchina del fango (che pure c’è stata, quella del governo Berlusconi e dei suoi media, e ha funzionato a pieno ritmo), in un processo crescente di santorizzazione. In Vieni via con me è stato piuttosto sconfortante assistere alla confusa rievocazione degli ultimi mesi di vita di Giovanni Falcone, che metteva insieme la campagna di diffamazione dei mafiosi e le legittime perplessità e critiche di un grande scrittore e intellettuale antimafia come Leonardo Sciascia e di «una persona perbene» (come l’ha definito lo stesso Saviano) come Alfredo Galasso. Una ricostruzione tanto superficiale quanto pericolosa, che glissava sulla denuncia di Leoluca Orlando («Falcone tiene le inchieste nei cassetti»), per attaccare Sciascia, scrittore che ha illuminato i meccanismi perversi della mafia e autore di una denuncia contro i “professionisti dell’antimafia”. Polemica, quest’ultima, sulla quale si può non essere d’accordo, ovviamente. Ma derubricare a «macchina del fango» le legittime obiezioni di chi metteva in discussione i criteri di promozione dei magistrati e di chi temeva la perdita di indipendenza di un giudice come Falcone chiamato a Roma a lavorare agli Affari Penali dal ministro Claudio Martelli, non è un peccato veniale, ma un errore grave, sostanziale. Significa essersi arruolato in una guerra che non ammette distinzioni, sfumature, ragionamenti. Una drôle de guerre che non tollera onestà e indipendenza intellettuale ma solo militanza in trincea e adesione incondizionata alla causa. Così come lascia perplessi il fatto che Saviano abbia ancora una volta usato strumentalmente il passato come traccia del presente, parlando a sproposito di una vittima della mafia per evocare e delegittimare le critiche, tutte le critiche, contro la sua opera e la sua immagine.

Saviano ha ripreso a declinare la sua figura pubblica come un discrimine tra il bene e il male. Da una parte lui (la sua probità morale, il suo coraggio civile, la sua denuncia politica); dall’altra la camorra e Berlusconi. Da una parte gli amici, dall’altra i nemici. Da una parte i seguaci, dall’altra la macchina del fango. Ancora una volta, come se le critiche in buona fede non avessero cittadinanza, ha diviso il mondo in buoni e cattivi. Con un linguaggio tipicamente berlusconiano, sia pure con contenuti di tutt’altro tipo, che si nutre di narcisismo mediatico e manicheismo, codici tra i più deleteri dell’infelice era del Caimano. Non esiste un populismo mediatico di segno positivo. Neanche nella forma, cara a Nichi Vendola, di un populismo dolce e gentile. È piuttosto un inganno, una trappola, un pericolo. Un boomerang che produce l’effetto opposto di quello invocato. Una forma di persuasione che tende a banalizzare, che non crea democrazia e informazione ma appiattimento e semplificazione. Un meccanismo perverso che non produce popolo ma solo plebe, non individui ma masse.
 
da Il Riformista 2/2/ 2011

Nessun commento:

Posta un commento