viaaaa!!!

viaaaa!!!

mercoledì 18 ottobre 2017

LA NUVOLA


America : alla fine della seconda guerra mondiale la parola America fu mitica ; era l'immagine della forza, della ricchezza , della libertà. L'America : la matrice del capitalismo mondiale e delle prime aziende multinazionali, sparse per il mondo ; la matrice della grande finanza senza nome e senza Stato. Dell'America non vedemmo la povertà, le ingiustizie sociali , la violenza , le libertà condizionate, il razzismo, la prepotenza sociale. I russi non erano passati nella liberazione dell'Italia ; solo dopo aver assorbito l'America, immagine della ricchezza e della potenza, trovammo i Soviet di Stalin, anche quelli grandi e imperiali . Il capitalismo contro il comunismo . E ci accorgemmo , tutti quanti , che né l'uno né l'altro potevano essere adottati in Italia ; né nell'Europa occidentale. America e Unione Sovietica si intrufolarono nella politica italiana ed europea , ma senza grandi risultati. Caduto il comunismo sovietico è rimasto il capitalismo americano a volteggiare nel mondo ; e si è pian piano trasformato in una nuvola eterea senza patria, senza colori forti , ma solo finemente sfumati, con qualche immagine formatasi e subito dissipatasi in cielo , con riferimenti a fatti o volti terreni. Questa nuvola si chiama “mondializzazione” e forse è sfuggita di mano anche ai suoi creatori . Dentro c'è di tutto : cose di interesse planetario ( esempio il clima ) interessi di bottega ( esempio imprese di produzione , di distribuzione e vita dei piccoli commerci ), grandi movimenti dei capitali , che ormai non hanno più àncore definite ( se mai le hanno avute ) ,guerre ( di cui a noi poveri mortali dispersi tra i popoli spesso sfugge anche il senso ). Questa nuvola ci sovrasta , ci condiziona , ci domina , anche nella nostra vita quotidiana . E nessuno sembra metterla in discussione , studiarla , progettare metodi per poterla controllare o orientare ; è troppo lontana ed eterea ; è lassù: la mondializzazione.
Noi eravamo Paesi non capitalistici né comunisti ; avevamo scelto un “mercato sociale”, che aveva accettato le libertà del capitalismo , ma le aveva temperate con le esigenze delle politiche culturali e sociali. Queste esigenze si manifestavano con il potere dei lavoratori ; con le partecipazioni dello Stato nelle imprese di interesse sociale o strategico ; con il rispetto e la responsabilità dei servizi pubblici; con gli investimenti sulle scuole , sulle identità, sulle storie e sulle culture. Insomma con quella che normalmente dovrebbe chiamarsi politica , l' “arte del governare” e , se democratica, nell'interesse del popolo. Ora siamo diventati Paesi “mondialisti”, governati da quella nuvola eterea che possiamo vedere , ma che non possiamo conoscere , né tanto meno controllare. E che tende a portare danni nella vita del pianeta . Danni culturali , marginalizzando le identità storiche delle culture dei popoli . Danni sociali , incoraggiando la legge del più forte in economia, con lo sfruttamento selvaggio dei più deboli . Danni economici , distruggendo le qualità dei prodotti e dei servizi . Danni finanziari , con la trasformazione del risparmio individuale in capitale di rischio multinazionale. Si tratta , tra l'altro, di una massificazione di prodotti e consumi , con un recupero paradossale di tesi del comunismo più primitivo. Dal nobile “pane per tutti” ,al prosaico “caviale per tutti” ( magari artefatto, cattivo e indesiderato o , più semplicemente, falso ). Ma si tratta anche di una ormai evidente “dittatura” della finanza sulla economia ( a questo proposito e per esempio , un settore trainante dello sviluppo sembra essere quello dell'automobile ; nessuno osserva che le macchine sono per lo più vendute da società finanziarie e non dalle fabbriche di produzione )
Hanno fatto passare la mondializzazione , come un fenomeno naturale incontrastabile, appunto come una nuvola nel mercato globale e invisibile; e invece è una scelta imposta da interessi specifici ,soprattutto finanziari, tanto intricati da apparire immateriali.
Rino Formica in una sua recente intervista sulle spinte “regionaliste” dice con grande lucidità che quando non c'è politica , vince la “geografia” . Lo Stato basa la sua esistenza sulla Politica ; senza quella lo Stato diventa “geografia”, portatrice di esigenze primarie localistiche.
La nuvola della “mondializzazione” è priva di politica e sta portando e porterà a “nazionalismi”, che i semplici di testa chiamano populismi ; si tratta invece solo di difese contro un potere oscuro per la gente , calato dall'alto.


lunedì 18 settembre 2017

mercoledì 12 luglio 2017

Immigrazioni

Il problema dell’immigrazione sta dividendo l’Italia e l’Europa ; e questa divisione sembra poggiare su argomentazioni assai fragili.
L’argomento morale ; aiutiamo i poveri ; quali ? tutti ? alcuni ? Non sembra peraltro che stiamo aiutando una gran parte di quelli che ci è dato vedere o incontrare . In breve, stavano meglio nelle loro terre di origine che nelle stazioni ferroviarie, nelle giungle urbane, dentro alle violenze e alle costrizioni quotiane. Sono stati trascinati da neo-schiavisti in avventure infernali con miraggi paradisiaci ; sono corse e stanno correndo masse enormi di soldi , che non sono andate ai poveri, ma  a mediatori , a mediatori dei mediatori , a burocrati , a gente del malaffare  e ad un nuovo banditismo. Qualcuno  può negare che le cose stiano così ? I poveri non si aiutano in questo modo.
L’argomento politico :il mondo deve essere sempre più aperto al “confronto” di culture e di genti ; a “integrazioni”. Sembra un argomento retorico , talmente è ovvio. Ma bisogna capire cosa si intenda per “confronto” e “integrazione” ;  quando sono imposizione ,sottomissione, necessità , non sono fenomeni accettabili ( come non lo furono le colonie , di converso ). Mentre fu ,per esempio, confronto e integrazione la sofferta emigrazione italiana in regioni del mondo  che la richiedevano e che la ricevevano , secondo procedure stabilite dai Paesi ospitanti e note a chi partiva.  La reciproca comprensione e integrazione dei popoli può e deve avvenire senza invasioni o violenze organizzate , senza infami commerci delle genti. La difesa e l’orgoglio degli Stati e delle loro culture non è nazionalismo, ma coscienza dello Stato di diritto, faticosamente conquistata e ancora da conquistare in millenni di storie dei popoli.
L’argomento socio-economico . Ci sono lavori che i cittadini del benessere non vogliono più fare ( e che gli immigrati si adattano a fare ) ; i contributi sociali  di questi lavoratori contribuiscono a mantenere in vita il sistema pensionistico dei Paesi ricchi. Il primo argomentare ha un vago senso di neo-schiavismo ;  la verità è che i lavori faticosi e umili vengono pagati poco e quindi i “ricchi” non vogliono farli ; se le retribuzioni aumentassero o lo Stato, per esempio, provvedesse a fare servizi sociali( come in molti Paesi del Nord Europa) , lasciati invece sulle spalle  dei cittadini , anche le disponibilità del lavoro indigeno aumenterebbero. Il secondo argomentare è curioso ; ogni pensionato è convinto di aver versato contributi per tutta la sua vita lavorativa , al fine di garantirsi una sua pensione ( non  una pensione pagata da altri ).  Ora viene spiegato che i contributi dei lavoratori odierni servono a pagare le pensioni di oggi ; un movimento di cassa insomma ; non un “sistema assicurativo” di Stato , in barba a tutte le regole della...matematica attuariale . Cioè  l’ assicurazione di Stato sulle pensioni, basata sui contributi dei lavoratori è fallita ; non esiste più ; c’è solo una cassa-continua , con entrate probabili e uscite certe. Ed è su questa “certezza” delle uscite che i geni della gestione pensionistica stanno cercando di racimolare risparmi, diminuendola ; forse gli immigrati versano contributi , ma poi non matureranno il diritto alla pensione ; e quindi i loro contributi potranno essere utilizzati per pagare altre pensioni. Siamo alla frutta sia in senso tecnico-scientifico , che in termini di politica sociale .
E poi la ciliegina sulla torta ; “abbiamo bisogno di immigrati anche per motivi demografici” ; cioè abbiamo bisogno di “torelli da monta”, per avere nuovi cittadini e nuovi bambini e aumentare così la popolazione. La crescita o decrescita della popolazione, come noto, dipende prevalentemente dallo stato economico e sociale di un Paese e dalle sue scelte. In un Paese ricco i figli costano cari, carissimi e quindi sono più “rari”( e ancor più rari quando il Paese ricco è in recessione ). Il costo di un bambino dipende molto  dallo Stato ; e lo Stato può anche scegliere di non pagare quel costo , ma di spendere eguali o più risorse per “comprare” nuova popolazione ; lo dica , senza inventarsi nuove teorie demografiche. Oltretutto non sta  scritto da nessuna parte che la popolazione debba aumentare ( o diminuire ) . Negli ultimi tempi tendono a prevalere le tesi del...controllo delle nascite...
Non sembra infine che l’Europa si opponga all’immigrazione ; si oppone alla “immigrazione economica” selvaggia. Salva innanzitutto i rifugiati politici ( una volta erano solo pochi Paesi che garantivano questa ospitalità ; ora sono quasi tutti ); per gli altri chiede procedure certe e compatibili con una accoglienza civile; e non barbara; e non schiavistica; e non “business oriented” , per dirla alla moda ( ed è soprattutto su questo che polemiza con l’Italia )

Questa è la realtà . Cosa fare ? Chi è pagato per prendere decisioni lo faccia ;e faccia saper con chiarezza quali sono le scelte. Il lasciar correre è diventato ormai pericoloso e anche un pò delinquenziale.

Pubblicato da Le Formiche il 12 luglio 2017      Marcello Inghilesi 

sabato 1 luglio 2017

venerdì 30 giugno 2017

FRANCIA . NON VOTANO PIU'


Da più di un anno in Francia si vota per questo e per quello; primarie di destra e di sinistra; presidenziali e ballottaggio; legislative e ballottaggio. All’ultimo la gente, già sfiduciata dalla gestione politica, stanca e in massa non è andata a votare. È così che nell’esagono in un anno ci sono stati, nella forma, ribaltoni spettacolari.
Presidente è diventato un giovane tecnocrate nuovo, Emmanuel Macron, né di destra né di sinistra, come ama definirsi. Per la prima volta in questa quinta repubblica (cioè dal 1958) a capo dei francesi non c’è un “gollista” (destra) o un socialista (sinistra). Il funerale del sistema è stato officiato dall’ultimo Presidente, il socialista Hollande, che non ha creduto più nel suo partito (e tanto meno nel socialismo) e ha lavorato per un suo beniamino, tecnocrate centrista e suo collega dell’Ena e di altre associazioni molto influenti in Francia; e che parimenti ha lavorato contro una probabile vittoria della destra gollista, lasciando montare scandali curiosi, che tuttavia si sono rilevati come coltelli affondati in un pane di burro di un partito colabrodo, brutto erede di nobili e potenti tradizioni.
Quindi forse il vero vincitore delle presidenziali francesi è stato l’ex socialista François Hollande, presidente uscente e non rieleggibile per il suo pessimo quinquennato a capo dello Stato (fino ad allora non aveva gestito nulla, se non il partito; ha avuto un grande know-how nelle manovre di palazzo; e alla fine lo ha dimostrato).
Un secondo ribaltone si è avuto con l’elezione del nuovo Parlamento. Su 577 deputati, più di 430 sono di prima nomina. Quelli che si sono contesi il potere finora, destra e sinistra assieme, non arrivano a 150. I rispettivi partiti, socialisti e repubblicani, sono crollati e un regolamento di conti è in corso, con prospettiva di rovina pressoché totale (molti dei loro adepti difficilmente reggeranno lontano dal profumo del potere; si sente molto parlare di una loro politica “costruttiva”, anticamera del loro ingresso nel centrismo del potere presidenziale). All’opposizione restano frattaglie numeriche, se pur importanti da un punto di vista politico a “destra” e a “sinistra”, penalizzate dal sistema elettorale maggioritario (35 deputati; con un proporzionale puro sarebbero stati più di 160). Ma all’opposizione c’è soprattutto gran parte di quel 56% di elettori, che non è andata a votare, stanca dei giochi di potere politici e delle burocrazie nazionali e comunitarie, che ostacolano o bloccano ogni concreto progetto di sviluppo del Paese.
Insomma in Francia è successo come se in Italia in un solo anno scomparissero il PD, FI e annessi e anche i 5 stelle; tutti assieme. E un giovane bocconiano, forte dell’appoggio di un Monti di turno, ma anche di un astensionismo ultramaggioritario, prendesse quasi tutto in mano. Il clima sembra dunque cambiato; alcuni meteorologi parlano di pericolose grandinate in arrivo.

Marcello Inghilesi pubblicato da Le Formiche il 27 giugno 2017

lunedì 24 aprile 2017

FRANCIA : BOH !?


In Francia sembra ormai che si spendano più soldi per i sondaggi sulle presidenziali che per le elezioni stesse; ogni giorno esce una previsione. Sono spannometriche, ma vengono prese sul serio. Nella corsa alla presidenza si sono formati quattro gruppi di pensiero; uno centrista, con alla testa il giovane prodigio Macron (nella foto); uno nazionalista, dietro alla Le Pen; uno liberista (repubblicano) con Fillon; e uno “socialista”di sinistra guidato da Mélenchon. È probabile che il ballottaggio se lo giocheranno il centrista Macron (pupillo del presidente Hollande e anche di una parte di quello che fu il Partito socialista) e la nazionalista Le Pen. Ma pochi parlano del dopo.
Il presidente in Francia presiede anche il governo, che nomina; ma poi ne risponde al Parlamento che potrebbe anche essere politicamente diverso; e così in alcuni casi del passato il presidente ha dovuto coabitare con una Assemblea nazionale “ostile”. E la prospettiva attuale fa temere proprio che si possa ripetere un conflitto di questo genere. Nel 2012, con l’attuale sistema elettorale “maggioritario” i 577 seggi dell’Assemblea nazionale furono così ripartiti: 331 socialisti; 229 repubblicani; 10 comunisti e sinistra varia; 2 centristi; 2 nazionalisti.
L’11 e 18 giugno prossimo ci saranno le nuove elezioni legislative e la situazione appare molto diversa da quella del 2012. Ognuno dei quattro gruppi in corsa per le presidenziali è stimato tra il 20 e il 30 per cento dei voti. E tra loro c’è forte “incompatibilità”: i socialisti di Mélanchon e i nazionalisti della Le Pen dichiarano di non volere accordi con nessuno; ma anche i liberal-repubblicani di Fillon-Sarkozy non potrebbero accettare accordi con il pupillo di Hollande, loro storico avversario. Quindi la corsa presidenziale sembra essersi diretta in un brutto cul de sac. Chiunque vinca rischia di perdere dopo, in Parlamento.
Molti stanno proponendo di tornare a un sistema proporzionale per cercare rappresentatività (i nazionalisti con più del 25% dei voti hanno solo due parlamentari) e possibilità di maggioranze parlamentari pluri-partitiche; questa prospettiva era stata combattuta dal partito socialista e da quello repubblicano, una volta egemoni; oggi sono tutti e due “a rischio” e quindi possono vedere con altri occhi la questione “proporzionale-maggioritario”. Oltretutto bisognerà fare anche i conti con una curiosa clausola elettorale vigente nelle legislative; qualsiasi candidato che raggiunga più del 12,5% degli aventi diritto al voto (non quindi dei votanti) può partecipare all’eventuale ballottaggio, che in questo caso potrebbe diventare triangolare o addirittura quadrangolare. Tutti e quattro i poli politici in lizza potrebbero trarre vantaggio da questa clausola e, forse più di altri, i nazionalisti e la sinistra socialista.
Alcuni si sono lanciati in stime. La nuova Assemblea nazionale potrebbe avere circa 270 deputati repubblicani, 180 socialisti-centristi, 50 nazionalisti (ne avrebbero almeno 150 con il proporzionale) e 60 socialisti e sinistra (ne avrebbero forse più di 100 con il proporzionale). E in tutto questo viene sancita la morte del vecchio Partito socialista, che si spalmerebbe tra il centro e la sinistra. Non sembra quindi possibile una maggioranza parlamentare, a meno che Macron, nel caso di vittoria, non trovi un accordo con i suoi ex antagonisti “repubblicani”. In effetti i due gruppi sono rimasti gli unici a sostenere questa Unione europea, avendo contro sull’argomento, molto probabilmente, la maggioranza dei francesi (su 11 candidati alle presidenziali solo due si sono dichiarati filoeuropei, a favore di questa Europa: Macron e Fillon; gli altri nove con sfumature diverse si sono manifestati contro); già nel 2005 in un referendum il 54,7% dei francesi si dichiarò contrario alla ratifica della Costituzione europea. Oggi quel 54% potrebbe essere una valanga capace di superare il 60% dei voti.
Chiunque vinca quindi sembra avere davanti non un cattivo tempo, ma un probabile “uragano”. E sulla vittoria presidenziale inciderà molto anche il “non voto”. Un matematico francese con un suo modello di previsione sostiene che sotto il 70% di partecipazione alla fine vincerà la Le Pen; forse con il 70% no, ma con poco più del 50%, come attualmente si mormora, è possibile la vittoria della nazionalista. Molti vecchi leader hanno annunciato il proprio prossimo ritiro a vita privata; la cosa sembra comprensibile; i danni sono ormai stati fatti; non sarebbe piacevole esporsi ancora.
Marcello Inghilesi
Le Formiche 23 aprile 2017

domenica 2 aprile 2017

martedì 7 marzo 2017

François ama Emmanuel


Ce la farà Emmanuel Macron a diventare il venticinquesimo presidente francese? Dipende. Ce la potrà fare se: il candidato “repubblicano” (centrodestra) François Fillon si ostinerà a mantenere la sua candidatura, nonostante le vicende giudiziarie che lo stanno screditando nel Paese e nell’opinione pubblica (se invece rinunciasse e passasse il testimone a Alain Juppé, sindaco di Bordeaux, per Macron potrebbero nascere seri problemi); la sinistra (socialisti, comunisti, frontisti, radicali, verdi e gruppuscoli vari) resterà divisa; i nazionalisti di Marine Le Pen resteranno isolati.
Ma cosa rappresenta politicamente Macron? Fu ingaggiato dal presidente François Hollande nella segreteria generale dell’Eliseo, come giovane tecnocrate, con ottimi studi e un buon avvio di carriera nella finanza (Banca Rothschild). Poi il presidente lo nominò addirittura ministro dell’Economia (a 37 anni). La sua matrice politica è quindi “socialista”, di fiducia del presidente. A luglio 2016 criticò il governo, Hollande tacque; poi si dimise da ministro, Hollande continuò a tacere; fondò il movimento “en marche”, in vista delle presidenziali, previste da lì a sei mesi. Alcuni socialisti, in maniera palese o nascosta, lo hanno sostenuto (come la “moglie “ e ministra all’Ambiente di Hollande e già candidata socialista alle presidenziali contro Sarkozy Ségolene Royal).
C’è di che pensare che Macron sia stato spinto da Hollande alla sua successione. In effetti il presidente sapeva di aver mancato gran parte delle promesse che aveva fatto ai francesi nella sua campagna elettorale di cinque anni fa e di aver anche raggiunto livelli di impopolarità personale mai visti prima d’ora. Aveva inoltre capito che i socialisti, in quanto tali, avrebbero avuto enormi difficoltà a vincere le elezioni (anche per le loro divisioni interne). Decise di non ripresentarsi alle elezioni. Non solo: non partecipò neppure al confronto interno del suo partito per la scelta del candidato presidenziale, da presentare come suo successore (si fece trovare in Africa prima e poi in un deserto cileno irraggiungibile anche da cellulare, almeno così si disse).
Infine la bomba giudiziaria contro Fillon, dai contorni molto vaghi e noti da sempre (è accusato di aver fatto stipendiare moglie e figli dal Parlamento, come suoi assistenti a partire dal lontano 2003, pratica, sembra, abbastanza diffusa tra i deputati francesi): perché lo si è posto a una gogna giuridico-mediatica a due mesi dal voto? E da un voto dove Fillon e Macron si trovano di fatto “concorrenti” sullo stesso elettorato? Il “potere” è forse in qualche maniera intervenuto?
Macron ha così cominciato a volare nei sondaggi; senza programmi, ma con una  propensione alla mondializzazione finanziaria e al mantenimento di questa Unione europea a trazione franco-tedesca, e cioè alle tesi contro le quali si era battuto Hollande nella sua campagna elettorale del 2012 (“il mio avversario non è monsieur Sarkozy, ma madame la Finance”).
In conclusione, il presidente avrebbe capito di aver perso la sua sfida (c’è chi dice che non l’ha neppure mai cominciata) e ha scelto di supportare un giovane successore, pescandolo nel campo  avverso. Il suo partito, il Partito socialista, è rimasto male, è confuso e sta correndo qua e là. Ser Nicolò Machiavelli ha lasciato Firenze, si è trasferito a Parigi.
Marcello Inghilesi
Formiche 7 marzo 2017

domenica 26 febbraio 2017