viaaaa!!!

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lunedì 11 gennaio 2016

Eccone un altro

Eccone un altro ; e questo da dove spunta ?

Unione Gufi Italiani UGI

NUNTIO VOBIS GAUDIUM MAGNUM
NOTIZIONAAAA!!!!
E' nata l'Unione Gufi Italiani , UGI ; ci stanno gufi, gufetti, gufoni, bianchi , rossi, grigi, pensatori, lavoratori calmi, giudici, filosofi, artigiani, studiosi, quasi scienziati e tanti altri ; sono esclusi gli agitati, gli sparaballe e quelli di moda ( noi siamo antichi )

domenica 10 gennaio 2016

Petrolio e dintorni


Chi brinda (e chi no) per il petrolio a basso costo

Chi brinda (e chi no) per il petrolio a basso costo
L'analisi di Marcello Inghilesi

Il crollo del prezzo del petrolio (55% negli ultimi sei mesi, da 71 dollari a barile a 32 dollari a barile) ha fortemente avvantaggiato i Paesi importatori di energia e tra loro in particolare quelli più industrializzati; in effetti, bisogna unire alla caduta del prezzo del petrolio anche quella degli altri prodotti energetici fossili, carbone e gas.
In Italia la fattura energetica incide per il 3,5-4 % sul Pil. Tenuto conto della rivalutazione del dollaro sull’euro, questa caduta dei prezzi delle materie prime energetiche potrebbe trasformarsi da sola nel recupero di circa un punto percentuale di crescita del Pil. In situazione, più o meno analoga, si sono trovati quasi tutti gli altri Paesi industrializzati europei.
Gli Usa, d’altro lato, in questi ultimi anni hanno teso a rendersi totalmente autonomi nel loro fabbisogno energetico, avendo sviluppato nel Paese una forte produzione di gas da scisti (shale gas), con nuove tecnologie di estrazione e di lavorazione (peraltro fortemente contestate dagli ambientalisti).
Oggi addirittura, nonostante la caduta dei prezzi petroliferi, il governo federale ha riaperto le porte all’export del proprio “oro nero”. Non solo: molti americani stanno spingendo perché il governo riveda le proprie spese, militari e non, per proteggere l’area petrolifera mediorientale, in passato strategica per i loro fabbisogni petroliferi.
I Paesi esportatori, di contro, devono ora affrontare situazioni difficili e ormai sempre più complicate. Si dice che all’interno dell’Opec (cartello dei Paesi esportatori di petrolio: Algeria, Angola, Ecuador, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Indonesia), l’Arabia Saudita abbia richiesto e ottenuto l’abbassamento dei prezzi per una serie di motivi, tra i quali la lotta contro l’eventuale espandersi dello shale gas americano e anche (soprattutto) la lotta contro l’Iran, capace, attraverso il surplus economico da export petrolifero, di sostituire l’Arabia Saudita come potenza di riferimento dell’intera area.
Lo scontro tra i due Paesi, Arabia Saudita e Iran, non deve essere letto solo in chiave religiosa; da un lato ci sono i sauditi e i loro alleati del Golfo, che hanno nel petrolio l’unica vera fonte di ricchezza; dall’altro ci sono gli iraniani, che vivono in un sistema economico più complesso fatto sì di petrolio, ma anche di tecnologia, industrie, cultura e, quindi, potenzialmente più completi per il ruolo di Paese guida nell’area. L’Arabia Saudita peraltro sembra ancora mantenersi economicamente molto solida, nonostante abbia perso circa il 70% delle sue entrate petrolifere, con l’effetto di una perdita statale valutata per il 2015 in 98 miliardi di dollari circa; a fronte di questa situazione il governo saudita ha ridotto la spesa pubblica di 135 miliardi di dollari e ha previsto per il 2016 uno sviluppo del Pil del 3%, con un deficit pubblico che è passato dal 3,4 al 20,7 % (con un valutazione del prezzo del barile a 26 dollari). Gli iraniani, per contro, sembrano indifferenti alla tempesta petrolifera in corso; valutano il prezzo del barile per il 2016 attorno a 36 dollari ed esporteranno il loro petrolio soprattutto in Cina, India e Corea del Sud.
A parte dovrebbero essere affrontate le “sofferenze”, dovute a questa crisi dell’offerta petrolifera, di Paesi africani, come l’Algeria o la Nigeria, che sono esposti al terrorismo interno di Boko Haram; o di Paesi americani, come il Venezuela, scosso da gravi scontri politici interni.
Alcuni analisti hanno attribuito l’origine del crollo del prezzo del petrolio anche alla volontà degli Usa (che da sempre sono molto influenti nelle decisioni Opec) di contrastare gli interessi russi nell’export energetico. In effetti, la Russia è stata messa in ginocchio con l’embargo occidentale a seguito della crisi ucraina e oggi dalle minori entrate dovute al suo importante export di petrolio e gas (esso rappresentava il 65% di tutte le sue esportazioni e il 34 % del suo Pil). Gli economisti russi prevedono per il 2016 una diminuzione del Pil di circa il 5 % e il rublo ha perso circa il 60% del suo valore sul dollaro americano. In generale, il Fondo monetario internazionale valuta attorno al 2,25 % la diminuzione complessiva del Pil nei Paesi esportatori di petrolio.
In conclusione, la bufera petrolifera è in pieno svolgimento e, come è sempre stato, preannuncia grandi instabilità economiche e politiche. Oltretutto con le guerre in corso e il terrorismo diffuso, ogni previsione sull’andamento dei mercati energetici può essere altamente aleatoria: anche se l’ufficio studi dell’Opec, come ipotesi di lavoro, valuta attorno 30 dollari a barile il prezzo del petrolio nel prossimo lungo periodo, con punte di 70 dollari nel 2020 e 96 dollari nel 2040 (come riescano a fare questi conti resta un po’ misterioso).
L’Italia sarà dentro alla bufera: tutta la questione sarà quella di riuscire a trasformare i grandi problemi in grandi occasioni di sviluppo; le possibilità ci saranno.

venerdì 8 gennaio 2016

DECHEANCE

Perché in Francia ci si accapiglia sulla nazionalità

Perché in Francia ci si accapiglia sulla nazionalità
L'analisi di Marcello Inghilesi
“Décheance”, decadenza dalla nazionalità. La décheance sarà il tormentone del prossimo mese in Francia. Gli attentatori del 13 novembre a Parigi erano quasi tutti francesi, con doppia nazionalità (magrebini). Quindi, nella lotta anti-terroristica, il presidente Hollande e il suo governo hanno preannunciato di voler levare la nazionalità francese a coloro che compiano atti di “guerra” contro la Francia e che abbiano altra nazionalità. Fin qui per il cittadino comune tutto sembra normale. Ma in Francia non lo è.
Sembra che il Paese si porti ancora dietro il complesso di colpa per le colonie; molti abitanti di quelle terre si sono trasferiti in Francia e godono di doppia nazionalità, essendo essa possibile nei propri Paesi d’origine. D’altronde la “France républicaine” è laica, multietnica e quindi aperta ad accogliere gente da tutto il mondo, a cominciare dalle sue ex colonie. Si può essere francesi per ius soli (nascita in Francia), per discendenza (da un o una francese), per matrimonio (con un o una francese), per studi e residenza e così via.
Il “sistema” sembra essere sempre più pieno di buchi; tanto che non esistono statistiche ufficiali in materia; ma si parla di più di 3 milioni e mezzo di persone con doppia nazionalità. Il governo vuol colpire solo quelli che si sono macchiati di atti di terrorismo. Ma la discussione si è allargata ai principi, ai valori “repubblicani”; un cittadino francese è francese e basta; la sua origine non interessa. Se si comincia a fare delle eccezioni, si corre il pericolo di scivolare su un nazionalismo vecchio e superato da tempo.
D’altra parte le “antiche” famiglie francesi, povere o ricche che siano, cominciano ad essere stufe delle violenze procurate da “neo-francesi” e per di più, con nazionalità plurime. Il dibattito si è aperto, anche perché il ministro della giustizia, Christiane Taubira (già tra i capi della guerriglia anti-francese per l’indipendenza della Guyana, che peraltro è rimasto territorio d’oltremare francese), si è dichiaratamente schierata per lo ius soli, assieme a quasi tutta la sinistra socialista e non.
La proposta governativa avrebbe effetti pratici molto limitati; ma ormai la discussione è scivolata sui valori e quindi vengono scomodati i massimi sistemi: per esempio si è sollevata la questione del rapporto cittadino-Stato nelle repubbliche (ove il cittadino deve essere sovrano) e nelle monarchie (ove il cittadino è assoggettato al re e la nazionalità perde di rilievo). A eccitare gli animi forse ha anche contribuito un recente romanzo di grande successo, scritto da Michel Houellebecq (Sousmission), ove si prevede in un prossimo futuro un presidente francese mussulmano, di origine magrebina.
Ma il problema non è peregrino in un mondo sempre più “piccolo” e internazionalizzato. La nascita di bambini in terre lontane da quelle delle proprie origini, i matrimoni, le migrazioni, il lavoro, rappresentano tutti occasioni di legami “nazionali” con storie e territori diversi. La scelta in fondo, per ogni Paese (non solo per la Francia, quindi) è tra una persona-una nazione o una persona-più nazioni. Questo secondo caso, anche in termini giuridico- amministrativi, non è questione di poco conto. La complessità del problema viene pure dal fatto che i più di 200 Paesi del mondo si sono naturalmente dati regole diverse in materia, tanto che il gioco dei passaporti, a fini utilitaristici e individuali, è sempre più praticato.
Anche la Unione Europea non ha un sistema “comune”; si va Paese per Paese, da un sistema al suo opposto. A Bruxelles si discute della taratura delle pesche o dei mandarini; ma i valori delle convivenze restano argomenti tabù.

OIL & PIL

Quanto ci fa guadagnare nel Pil il crollo del prezzo del petrolio ? e quanto la diminuzione di valore dell'euro sul dollaro ( fatta la compensazione tra i due fenomeni , determinati dai mercati mondiali ) ? Un punto percentuale circa, dicono. Annunciazione Annunciazione , veloce e spregiudicato ( così lo hanno definito alcuni industriali ) dichiara che l'aumento del Pil è un + 0,6- 0,8 % : l' Italia ha cambiato verso , grazie a lui , che ha modificato il prezzo del petrolio nel mondo e il cambio euro-dollaro nella finanza planetaria ; non è riuscito ad arrivare a quell' uno automatico ( ci sono riusciti quasi tutti gli altri ); siamo ancora alla virgola; ma insomma ; l'Italia ha cambiato verso : nelle chiacchiere.

Valerio Zanone

Ciao Valerio !!!
Fu un liberale puro e anomalo. Mai con la destra. (ANSA)
ANSA.IT

DIJSSELBLOEM (mica cacchi )

e questo chi è ? non si può andare avanti così ; ma non avevamo battuto i pugni sul tavolo ? abbiamo sbagliato tavolo ? era un tavolino del bar ?
Il presidente dell'Eurogruppo avverte: è un margine che si può usare solo una volta (ANSA)

lunedì 7 dicembre 2015

Marine Le Pen taxi per una nuova Francia



Alle elezioni regionali francesi ha vinto l’”estrema destra” ? Non sembra proprio. Intanto il 50% degli aventi diritto non ha votato ; e il partito dei non votanti continua ad essere largamente maggioritario ; è il partito del qualunquismo, dell’egoismo, dello scetticismo, della protesta ; e non dell’assenza.
Si è trattato di elezioni regionali ( oltretutto in regioni ridotte da 22 a 13, con forti dissensi “campanilistici” ), con scarsi effetti “amministrativi ; le regioni amministrano sostanzialmente i licei e le scuole superiori, la formazione professionale, i trasporti locali e hanno un ridotto budget per incentivi ad imprese locali . Ma queste elezioni hanno avuto una grande importanza per testare l’”umore” della gente , in una situazione particolarmente complessa per la Francia, come quella attuale. Risultato di questo test ?
  • I francesi non credono più nelle loro attuali forze politiche convenzionali “destra” e “sinistra “ ( assieme non sono arrivate al 25% degli aventi diritto al voto !).
  • Premiano ,come Partito, il Front National (FN) che fu partito nostalgico della Francia coloniale e che ora è forza politica di nuova protesta popolare ( 42 % degli operai, 39% dei giovani tra i 18 e i 35 anni ed è arrivato in testa nel 53,5% dei comuni dove si è votato ) ; è un Partito nazionalista (la mondializzazione deve essere negoziata ), con frontiere in un’Europa delle Nazioni ( tanto cara a De Gaulle ) ; è un Partito oggi seguito dai ceti produttivi ( operai ,piccoli imprenditori, artigiani e commercianti ) e dai giovani , che rifiutano in gran parte le ideologie del passato e soprattutto l’establishement destra – sinistra , ai loro occhi , ingessato , noioso, annacquato, insignificante e poco francese.
  • Il vecchio establishement sta ora seriamente pensando di interrompere il rito della vetusta dialettica destra-sinistra, per proporsi unito ( socialisti-repubblicani )al ballottaggio finale di queste regionali , al grido di “tutti insieme contro l’estrema destra” . In effetti il sistema elettorale francese per le regionali premia la lista del vincitore con un 25% dei seggi in più, lasciando alla suddivisione proporzionale tutti gli altri seggi per i partiti, che abbiano superato il 10% dei voti al primo turno ( cioè quasi nessuno ; forse, in una regione, solo i verdi ). Già nelle due regioni dove il FN ha superato il 40% dei voti , il segretario socialista ha proposto di ritirare il proprio candidato per battere con un “fronte repubblicano “ il FN. Questa scelta non piace a molti socialisti e a molti repubblicani, che non vogliono rinunciare ai loro seggi nei parlamenti regionali ; ma neanche alla loro voce in quelle assemblee ( già ha cominciato il candidato socialista in Alsazia-Lorena, che ha detto che non si ritirerà al secondo turno ). In effetti oltre a perdere i seggi , gli eventuali rinunciatari perderebbero anche la faccia , avendo spesso lottato per una vita intera contro un avversario , con cui dovrebbero ora fare l’accordo. Non è da sottovalutare la posizione dei centristi ( Udi e Modem ) , schierati nel primo turno con i Repubblicani e ora pronti all’accordo con i socialisti per battere il FN, nella difficile difesa delle postazioni in prima linea , contro la discesa dei “barbari “, chiamati “estrema destra”.
La Francia deve ricostruirsi : ecco il messaggio, che si è profilato in questo test elettorale. Ha problemi economici e sociali gravissimi ; ha problemi di identità nazionale , mai secondari in queste terre antiche ; ha problemi di sicurezza , che esplodono quasi quotidianamente , al di là delle stragi degli ultimi tempi. E’ un grande Paese che comincia a detestare la piccola politica , quella degli Hollande e dei Sarkozy , con i loro cari ; stanno cercando idee nuove e coraggio ( non a caso Hollande è stato apprezzato quando è uscito dal guscio delle frasi fatte in occasione dell’attentato del 13 novembre ) ; non ne possono più di un establishment multiculturale, multietnico , “euro-dipendente”, poco “francese”, ma soprattutto conservatore nei fatti ; la Francia d’ “en bas” dei più , si sta rivoltando contro la Francia d’ “en haut”, degli aristocratici dello Stato e della politica . Il FN , con la Le Pen e i suoi cari, forse non sarà la soluzione ; ma sta cominciando ad essere utilizzato come un taxi verso la soluzione. L’avvio di un cambio di rotta politica è stato dato, forte e chiaro : chi ama e rispetta questo Paese deve rendersene conto.


7 dicembre 2015                                             Marcello Inghilesi

Pubblicato da Formiche.net il 7 dicembre 2015

venerdì 16 ottobre 2015

Basta menar le mani

La lotta sociale in Francia sta imbarbarendosi. Il 5 ottobre scorso due dirigenti di Air France sono stati aggrediti , strattonati , malmenati e hanno rischiato di farsi linciare da un gruppo di scioperanti dell’ Azienda , in prevalenza CGT ( CGIL transalpina ). Le immagini del direttore del personale con la camicia strappata a cavallo di una rete metallica, in fuga dai rivoltosi, ha fatto il giro del web. Qualche tempo fa alcuni dirigenti di un’altra azienda furono sequestrati nei loro uffici e presi in ostaggio , durante una vertenza sindacale. E molti episodi di violenze di questo tipo si stanno ripetendo da qualche tempo in Francia.
Il 5 ottobre il Comitato Centrale di Impresa di Air France stava discutendo sul futuro dell’azienda ; un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione nella sala e ha violentemente interrotto la riunione ; si è detto che la discussione avrebbe trattato il problema di 2900 esuberi in azienda , da studiare e approfondire. I direttori presenti sono scappati ; due di loro sono stati presi e sono infine riusciti a fuggire, malconci. Sette persone sono rimaste ferite. Cinque dipendenti filmati nelle violenze sono stati arrestati e andranno a processo il 2 dicembre prossimo.
Ora il problema è diventato politico ; perché la CGT considera scandalosi questi arresti ; perché il leader del Partito della Sinistra , Jean Luc Melanchon , ha dichiarato in TV , che questi arresti sono vergognosi; che lui è pronto ad andare in prigione con i cinque ; che “per il momento è stata solo strappata una camicia ; ma la camicia è ancora nulla…”. Melanchon, naturalmente laureato in filosofia , pied noir nato a Tangeri da genitori spagnoli, di mestiere ha fatto solo politica ; per tutta la vita ha solo cercato voti “de sinistra”, per così dire ; e continua a cercarli. Un sondaggio fatto ieri dice che il 67 % dei francesi condanna l’accaduto , l’8% approva l’operato degli arrestati , il resto condanna , ma capisce. In sostanza il 10 % dei francesi sarebbe d’accordo nel menare le mani , su problemi sociali ( attenzione che in questo caso non c’era neppure una vertenza aperta ; solo un problema da studiare e valutare ) . Il Governo ha tenuto una linea dura nel condannare le violenze , anche se invita l’azienda al dialogo sull’argomento ( ovviamente).
Perché il fatto merita attenzione ? Eravamo convinti in molti che la violenza nei dibattiti e nei conflitti sociali fosse ormai bandita. Purtroppo non è più così ; e dobbiamo batterci per riconquistare il diritto al libero confronto, anche su questioni vitali come quelle legate al lavoro. A cominciare dal rispetto dei quadri e dei dirigenti che lavorano e sono dipendenti ; ma per finire anche al rispetto di quelli che una volta si chiamavano “padroni” e che oggi sono imprenditori , impegnati in larghissima parte nel lavoro aziendale. Dopo la seconda guerra mondiale in molti Paesi europei ci fu nella sinistra il dibattito su “riforme e rivoluzione “( si veda tra tutti Antonio Giolitti ,Einaudi 1957 ); nel 68 alcuni giovani idealisti riproposero le idee rivoluzionarie , che finirono per trasformarsi rapidamente in azioni terroristiche . Il romanticismo del Che in Europa rimase romanticismo. Credevamo che il riformismo, liberale o socialista che fosse, avesse chiuso il capitolo della violenza sociale o politica. Questi fatti odiosi , accaduti in Francia, non devono essere considerati marginali e non possono essere sostenuti a cuor leggero ad una parte politica e sindacale di una repubblica libera e democratica . Anche perché si innestano in situazioni di violenza internazionale, economica e religiosa, che hanno sempre più pesanti implicazioni nei Paesi della vecchia Europa . La miscela delle violenze “esterne” con quelle “interne”, può avere effetti devastanti per la tenuta democratica di tutti i nostri Paesi. La “repressione”può essere pericolosa. E’ necessario che le imprese , il sindacato, la politica condannino , senza incertezze , la violenza nei conflitti sociali ; la condannino nella pratica ; non solo nelle dichiarazioni . L’incitazione alla violenza alla Melanchon ( che ancora vuol giocare alla rivoluzione ) è nemica dello Stato , libero e democratico, anche quando deve affrontare il problema di 2900 soppressioni di posti di lavoro; non c'è populismo o ricerca di voti che tengano.
                                                                                       Marcello Inghilesi
Pubblicato da Le Formiche il 16 ottobre 2015
       

martedì 8 settembre 2015

Immigrati e Siria




Perché c’è la corsa ad accogliere i profughi siriani

08 - 09 - 2015Marcello Inghilesi
Perché c'è la corsa ad accogliere i profughi siriani
Welcome! hanno urlato austriaci e tedeschi ai poveri siriani (e non) scappati (forse) da pene, violenze, schiavisti e guerre. Non lo avevano fatto prima al Brennero (e i francesi a Ventimiglia) e non erano scesi neppure in Sicilia in macchina ad accoglierli, come hanno fatto alla frontiera con l’Ungheria. Ma in Sicilia i siriani erano pochissimi e gli africani moltissimi. (Anche il Papa ha promesso oggi alloggi ai siriani, magari islamici, ma non agli africani, magari cattolici: perché?)
Questa politica tedesca, subito seguita da quella francese e anche da quella inglese, da un lato lascia stupiti, dall’altro puzza, appare pelosa. Esistono tre piani sui quali ragionare.
Quello umanitario. Abbiamo il dovere di aiutare sempre chi ha bisogno; tanto più chi è caduto nel bisogno, a seguito di guerre o porcherie umane. Questo dovere spetta anche agli Stati? Mai nella storia è stato possibile avere uno Stato “buono”, capace di aiutare tutti i bisognosi a lui rivoltisi; mai: neanche gli Stati religiosi, teocratici, socialisti o comunisti, internazionalisti; degli Stati “liberali” non parliamo neppure. E mai sarà possibile; perché uno Stato nasce da un contratto di convivenza di una collettività determinata (che il più delle volte ha una sua forma “costituzionale”), spesso nazionale, talvolta federale, ma mai universale.
Quello politico. La situazione delle guerre e delle miserie, nelle aree da cui provengono quasi tutti i migranti di oggi, è molto variegata e complicata. Ma un denominatore comune può essere trovato negli errori politici e negli interessi delle grandi “potenze” mondiali, affiancate dai loro amici, congiunturali o storici. Gli americani, da lontano, fanno valere i  loro interessi di politica estera (divide et impera nel mondo arabo) ed economica (controllo delle aree petrolifere ed energetiche medio-orientali). Gli europei fanno confusione; basta solo guardare cosa hanno fatto in Libia e Siria, per capire come politiche spesso nazionalistiche, ma sempre sconclusionate, si traducano in tragedie umanitarie, senza precedenti: in Siria la Francia di Hollande sostenne nel 2013 la guerra civile, contro Assad, con un assurdo e complice silenzio della UE; oggi la stessa Francia di Hollande ha deciso di mandare aerei a combattere contro l’Isis – che con gli americani hanno contribuito ad armare – e quindi a difesa di Assad.
Gli europei, in questi ultimi anni, hanno lanciato iniziative destabilizzanti, senza mai prevedere i punti di caduta: errore politico imperdonabile (un Maestro diceva: mai cercare di andare da A a B, se non si è sicuri che B sia meglio di A). I russi sembrano restare alla finestra, con un loro nazionalismo fatto di grande concretezza, assediati da una Nato, che appare sempre più equivoca e inutile. Pronti ad intervenire sugli errori degli altri; come peraltro i cinesi.
Quello economico. Sembra oggi fortemente connesso con quello politico. L’obiettivo delle grandi potenze rimane il controllo delle aree energetiche e di quelle con materie prime di interesse essenziale per la loro vita e il loro sviluppo. Oggi se non ci fossero più petrolio e gas in Arabia Saudita, in Iran e nei Paesi del Golfo, probabilmente le guerre diventerebbero solo tribali, fino a svanire nella povertà dei deserti. Le armi, gli arsenali militari e tutti gli strumenti di difesa (più spesso offesa) bellica provengono dalle aree di queste grandi potenze; e contribuiscono a mantenere questa instabilità drammatica che stiamo vivendo.
A seguito della fotografia del cadavere di un bambino reso dal mare, dopo un tentativo di fuga dalla guerra siriana, l’Europa si sta muovendo. Col cuore e senza cervello? Non è detto. Avere scelto i siriani come immigrati da accogliere a braccia aperte può non essere casuale. Essi non sono moltissimi (qualche centinaio di migliaia sono integrabili; per esempio, i francesi si sono oggi impegnati per 24 mila in due anni; gli inglesi per 20 mila in 5 anni; e i tedeschi per ora non hanno messo limiti). Possono essere usati come strumento per aiutare a trovare una soluzione al problema siriano, che metta d’accordo russi, iraniani, americani e israeliani. Non presentano fanatismi religiosi. Sono preparati e quindi facilmente impiegabili nelle economie europee. E un giorno potrebbero anche rientrare in una Siria pacificata e in sviluppo. In particolare la Germania ha bisogno di manodopera seria e a basso costo (non dimentichiamo la elasticità del mercato del lavoro tedesco rispetto a quello di molti altri Paesi UE); e potrebbe averla trovata, facendosi oltretutto paladina del buonismo internazionale (precedendo addirittura il Papa).
I nostri immigrati, africani, poveri e islamisti, interessano meno o nulla. Si sente odore di un certo razzismo in tutta questa vicenda “buonista” europea (a proposito, ma le Nazioni Unite si sono forse evaporate, con i soldi di 193 Stati, che le finanziano per la pace nel mondo?).