viaaaa!!!

viaaaa!!!

mercoledì 4 aprile 2018

oooohhhh


Da cielo in terra a  miracol mostrare

lunedì 12 marzo 2018

PROTEZIONISMO

Trump ha scandalizzato i “mondialisti” con la decisione di mettere dazi su alcune merci di importazione in Usa. Gli Stati Uniti hanno un deficit della bilancia commerciale che si aggira sui 700 miliardi di euro all’anno (115 dei quali con l’Unione Europea e 350 con la Cina).
Al di là delle opinioni sulla politica del presidente americano, la filosofia del liberalismo totalmente aperto (o con il minor numero di limiti possibile), della cosiddetta “mondializzazione”, del mercato globale, rappresenta una scelta dogmatica, basata solo sulla difesa degli interessi di alcuni (imprenditori o finanzieri multinazionali) e a danno di economie regionali e locali. Le stesse teorie economiche liberistiche, che stanno alla base delle tesi mondialiste (Stuart Mill, Marshall ecc),sostengono che il libero scambio rappresenta la condizione ideale del commercio internazionale, ma solo dopo che tutti i Paesi abbiano raggiunto uno sviluppo omogeneo, attraverso politiche protezionistiche. In poche parole il sistema economico di Stati e Regioni deve essere messo in condizione di competere dopo pratiche protezionistiche capaci di difenderne lo sviluppo. E quindi le tesi degli economisti “protezionisti” (come Hamilton o List) e di quelli “liberisti” alla fine non si distanziano molto nella concezione di un commercio internazionale capace di aprirsi e chiudersi progressivamente, in funzione di economie liberali equilibrate. Quindi anche nelle economie liberistiche possono avere senso misure o politiche protezionistiche.
Trump è andato contro corrente essendo il processo di mondializzazione e del libero commercio internazionale quello oggi più sostenuto dai poteri forti nel mondo e da gran parte degli intellettuali che si occupano del problema. In particolare la Commissione Europea, nelle persone dei suoi Commissari all’Economia Moscovici e al Commercio Malmostroem, hanno reagito con forza contro questa decisione del presidente americano, minacciando anche ritorsioni “…avendo un vasto arsenale con cui rispondere…”.
Al momento sappiamo solo che l’Europa esporta negli Usa merci con un surplus di 115 miliardi di euro all’anno; quali possano essere le ritorsioni minacciate e quali i loro possibili effetti non è dato sapere. Sappiamo peraltro di colloqui telefonici diretti tra il presidente francese e quello americano; magari ogni Paese comincia a cercare ciambelle di salvataggio per proprio conto. E nei singoli Paesi europei ci sono spinte dirette al ritorno di una nuova regolamentazione per i commerci interni alla Ue, a salvaguardia di patrimoni e produzioni localistiche, contro “liberalizzazioni” e “mondializzazioni” imposte da Bruxelles (con regolamentazioni che favoriscono tra l’altro pratiche di “concorrenza monopolistica” sovranazionale).
Ma l’Europa stessa ha messo dazi sulle importazioni nel vecchio continente; per esempio sulle barre di acciaio, con dazi di circa il 20% del valore delle merci. (l’acciaio assieme all’alluminio è quello su cui si è concentrata l’attenzione di Trump). Quindi l’accusa agli Usa di pratiche protezionistiche non sembra avere molto senso in un mondo in cui quasi tutti i Paesi hanno frontiere, con dazi sulle importazioni , sui transiti e sulle esportazioni (più rari); e , come ci dice Il Sole 24 ore, per ogni misura verso il libero scambio, ne vengono prese dieci che lo limitano.
Quindi, quando le prediche politiche indicano nella “mondializzazione” degli scambi il destino dell’umanità, parlano di una utopia del liberalismo economico (come lo fu quella comunista). “Noi europei trarremmo un grandissimo vantaggio a ricordarci di Eraclito, quando insegna come lanciare una freccia ,applicando alla corda e all’arco forze di senso contrario . Quando tutto spinge verso il “globale” , tirare verso il “locale”; ciò fa più equilibrio” scrive il filosofo francese Regis Debray. La direzione deve senz’altro essere l’apertura dei mercati e delle economie del mondo intero ; ma le pratiche protezionistiche possono convivere con quelle liberistiche , se si vuole uno sviluppo equilibrato e rispettoso delle esigenze del “locale” rispetto a quelle del “globale”. E l’Unione Europea dovrà tenerne conto.
STARTBLOG 12 marzo 2018                                                    MARCELLO INGHILESI

domenica 11 marzo 2018

SENZA FRONTIERE

Che cosa è il senzafrontierismo ?
E' una multinazionale mascherata in confraternita

giovedì 1 marzo 2018

ISTAT

ISTAT
Una mitragliatrice elettorale

Il PD socialista

Il segretario del PD , che è nel Partito Socialista Europeo, dice in TV che il socialismo non rientra tra i suoi ideali..
già !

Bersani filosofo marxista

"Bersani in tv : bisogna essere liberali"; 
                                già

Ferrovie nella neve

"Delrio, le Ferrovie hanno sopravvalutato la propria forza" (ANSA)
E quindi ?

I ministri di Di Maio

Di Maio sta a raccattare piante nell'orto ; non nel bosco. E le presenta come trofei colorati.

lunedì 26 febbraio 2018

Mondializzazione ?


startmag 25 febbraio 2017

Si è parlato molto in questi giorni di aumento del record delle esportazioni italiane, traino per lo sviluppo. Proviamo a capirne di più. L’export è cresciuto tra il 2016 e il 2017 di 31 miliardi di euro, da 417 a 448 (+7,4 %). Un buon risultato dovuto soprattutto a macchinari, medicinali, abbigliamento e pelletterie varie.
La cosa curiosa tuttavia è che normalmente per capire i trend del commercio estero si valutano assieme i valori di importazioni ed esportazioni; in questo periodo si è invece parlato solo delle seconde (come se in un’azienda, che vive di costi e ricavi, si parli solo di aumento del fatturato per dire che le cose vanno bene). In effetti a fronte di un aumento del 7,4 % dell’export, si è anche registrato un boom dell’import, da 367 a 401 miliardi di euro (+9%), con un saldo, in diminuzione, di 3 miliardi circa (da 50 a 47 miliardi).
L’Italia è un Paese manifatturiero, povero di risorse, che basa la sua economia produttiva sulla trasformazione di materie che il più delle volte vengono dall’estero. Potrebbe così, per esempio, avere un senso vedere l’andamento del rapporto tra importazioni ed esportazioni e non solo una delle due voci: fatto 100 il valore delle importazioni, abbiamo esportato 94 nel 1990, 106 nel 2000, 91 nel 2010, 112 nel 2017; cioè cifre attorno al 100 nel lungo periodo. E per capire meglio come stia andando il commercio estero del Paese, dovremmo anche analizzare i dati depurandoli dal grande deficit energetico, strutturale in Italia.
Potremmo fare meglio? Potrebbero la politica, il Parlamento e il Governo incidere per un rafforzamento stabile delle esportazioni sulle importazioni? Probabilmente sì, rinunciando a principi di moda come la “mondializzazione” sostenuta dalla finanza più che dall’economia – come un destino ineluttabile dell’umanità (sebbene quasi tutta questa “umanità” non sia affatto mondializzata) – o la lotta all’intervento dello Stato sull’economia del proprio Paese.
Particolarmente complesso sarebbe affrontare nello specifico la bilancia commerciale italiana. Qui vale la pena solo segnalare i dati più macroscopici del deficit commerciale, per merceologia e per aree geografiche. Gli autoveicoli sono la prima voce delle nostre importazioni (32 miliardi circa) e la seconda delle nostre esportazioni (23 miliardi circa), con un deficit commerciale di 9 miliardi circa. Siamo altresì deficitari, tra l’altro, nel settore della chimica (10 miliardi), dei metalli (7 miliardi) e della siderurgia (10 miliardi circa); per non dire dei 21 miliardi del petrolio.
Abbiamo disavanzi commerciali, tra l’altro, con la Germania (8 miliardi circa) e l’Olanda (11 miliardi circa, dato che dovrebbe essere approfondito, poiché potrebbe contenere più attività di trading che di produzione) e poi con Cina (15 miliardi circa), India (1 miliardo), Russia (3 miliardi). Si è parlato dei deficit e non dei surplus, per evidenziare solo alcuni dei problemi più attuali della nostra bilancia commerciale, al di là dei buoni risultati delle nostre esportazioni.
In conclusione: si potranno rivedere le regole e le ragioni degli scambi commerciali tra i Paesi? O tutto sarà lasciato al destino del libero mercato? La politica economica degli Stati nel commercio internazionale potrà ancora esistere o è solo una vecchia strumentazione da “rottamare”
                                                                                                                 Marcello Inghilesi


sabato 27 gennaio 2018

Destra-sinistra