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venerdì 4 novembre 2016

Alluvione Firenze


Vi racconto l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966

Vi racconto l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966
La testimonianza di Marcello Inghilesi, presidente dell'Oruf (Organismo Rappresentativo Universitario Fiorentino) al tempo dell'alluvione

“Marcello, devi rientrare subito; l’Arno ha allagato Firenze; il centro storico è tutto sott’acqua; per fortuna S. Apollonia si è salvata”. A S. Apollonia c’era la sede dell’Oruf, organismo della rappresentanza studentesca universitaria fiorentina; della mensa universitaria (circa 2000 pasti al giorno); dell’Università per stranieri; di una chiesa sconsacrata, trasformata in sala teatrale o cinematografica; della cooperativa libraria; aveva un grande cortile interno, ad uso di tutte queste attività. Insomma S.Apollonia era un centro nevralgico per la vita universitaria fiorentina. E S. Apollonia era salva.
Ero a Venezia e stavo dormendo a Mestre. Cercai di partire subito per Firenze; niente da fare: l’Italia era spaccata in due e Firenze in quelle prime ore della tragedia era irraggiungibile. Quindi decisi di andare in aereo a Roma, nella sede Unuri, rappresentanza nazionale degli studenti. E là mi misi subito al lavoro su tre fronti; l’organizzazione degli studenti disposti a venire a darci una mano, sia dagli altri atenei sia dall’estero (la rete Unuri era molto organizzata); l’organizzazione degli aiuti materiali per il lavoro da fare nell’emergenza (tende, cibo, abbigliamento, strumenti di lavoro e “letti”); il rapporto tra le organizzazioni studentesche e lo Stato, soprattutto per i servizi (trasporti pubblici da ristabilire e treni da piazzare a Santa Maria Novella per far dormire una parte degli studenti volontari). Fu un lavoro enorme, tenuto anche conto dei mezzi allora a disposizione (in pratica solo il telefono). Si raggiunsero quasi tutti gli obiettivi che ci eravamo dati: gli studenti arrivarono da molti atenei italiani ed europei (soprattutto le organizzazioni studentesche francesi, Unef, e tedesche, Sds risposero con grande prontezza ed efficienza). La raccolta di tende, sacchi a pelo, coperte e vestiti da lavoro funzionò. Le Ferrovie dello Stato misero a disposizione i treni che potevano restare nei binari morti della Stazione, come alloggio per gli studenti.
Dopo tre o quattro giorni raggiunsi Firenze e l’”ufficio” di S. Apollonia. Sembrava un quartiere di guerra. Una folla di ragazzi, con moltissimi stranieri, in parte studenti a Firenze e in Italia, in parte provenienti dai Paesi cui ci eravamo rivolti da Roma. E una gran confusione. Riunimmo subito la “giunta” dell’Oruf. Decidemmo come organizzare il nostro lavoro. Comune e Governo avevano immediatamente dato vita ad un sistema di intervento sul quale potevamo e dovevamo convergere. Gli studenti quindi furono diretti nelle specifiche aree di intervento.
Dovevamo levare il fango dalla città che era stata sommersa; era un lavoro di fatica, che non tutti potevano fare. D’altra parte alcune zone della città erano state isolate, con gli abitanti barricati nei piani alti. Uno dei nostri dirigenti studenteschi nel momento dell’alluvione abitava in una stanza di una torre in via delle Sedie, che aveva un locale per piano; raccontò che il pianterreno e parte del primo piano erano stati inondati; e quindi si erano tutti ritrovati nei due piani alti della torre; da lì si faceva tutto con le finestre spalancate; soprattutto inventarono un passavoce stradale, per cui venivano urlati i bisogni di ogni edificio da finestra a finestra, anche su distanze molto lunghe, tendenti a coprire almeno l’area del centro storico stretto, tra piazza della Signoria e il Duomo. Ritirate le acque, il lavoro da fare a terra era enorme. Intervenne l’esercito, con mezzi militari; gli studenti si appoggiarono ai militari, che si erano presentati a S. Apollonia con le armi d’ordinanza; “posa il fucile e piglia la pala” dissero loro scherzando.
Furono poi organizzati dei lavori specifici.
Gli studenti di medicina furono utilizzati per gli interventi in campo infermieristico e di assistenza agli anziani e alle persone ferite o bisognose. Furono di grandissima utilità, perché riuscirono a evitare l’intasamento di ospedali e centri di pronto intervento, lavorando casa per casa. Si unirono agli allievi ufficiali medici, che facevano il corso a Costa San Giorgio e che erano stati immediatamente mobilitati (alcuni di loro, fiorentini, erano anche amici dei giovani studenti che li avevano raggiunti).
E poi gli interventi “culturali”; si trattava di concorrere al salvataggio di opere d’arte e  volumi; moltissimi studenti sotto la guida di esperti dei vari settori, si misero pazientemente al lavoro di recupero; alla Biblioteca Nazionale, agli Uffizi, a Santa Croce e in tutte le chiese e pinacoteche colpite dall’inondazione. Alcuni di quegli studenti sarebbero poi rimasti definitivamente, specializzandosi in quei lavori.
Ma il lavoro più delicato fu richiesto dall’organizzazione  dell’intervento e dalla logistica dei soccorsi. Dopo l’appello arrivarono persone e aiuti materiali da tutt’Italia e anche dall’estero. Il cortile di S. Apollonia diventò un campo di raccolta degli aiuti; si ammassarono casse e contenitori di ogni ben di Dio; medicinali, vestiti, coperte, pale, secchi, sacchi a pelo, brande e così via. Bisognava distribuirli e combattere eventuali episodi di sciacallaggio. Furono organizzate squadre di studenti per settore , con responsabilità specifiche. Il cortile si riempiva e si svuotava quotidianamente; sembrava respirare. La mensa, al primo piano, girava a pieno regime, sotto la responsabilità studentesca (la gestione diretta  della mensa da parte degli studenti era stata una recente conquista); oltretutto i pasti degli “esterni” rimasero a carico dell’Oruf, in quanto sia l’Università che il Comune si sarebbero poi rifiutati di “rimborsarli”. I locali dell’Organismo (ad eccezione del bugigattolo del presidente) diventarono dormitori, come il teatro e anche il porticato del cortile. Ci fu una grande unità tra le varie associazioni studentesche tutte presenti nell’Oruf; i cattolici in particolare si avvalsero anche delle loro reti “religiose” per gli interventi e furono molto efficaci.
La frenesia dei primi giorni si allentò progressivamente fino a ridursi solo agli aiuti specialisti. Cominciarono le cerimonie dei ringraziamenti, dei complimenti e dei riconoscimenti. Definirono così gli studenti  gli “angeli del fango”; sembra che volessero anche darci una medaglia al “valore civile”. Non partecipammo a quelle cerimonie, che ci sembrarono rituali, retoriche e inutili: forse ci sbagliammo; ma noi eravamo… il movimento studentesco, abituati a discutere e a lottare per principi che ritenevamo giusti, più che a fasti e incensi.
Qualche mese dopo il sindaco Piero Bargellini, rientrando dagli Stati Uniti, trovò la città bloccata da una manifestazione studentesca per la pace nel Vietnam; se ne lamentò; gli rispondemmo pubblicamente che eravamo gli stessi, gli “angeli del fango”; e che cercavamo di onorare la medaglia d’oro per la resistenza, che stava appesa al gonfalone del Comune.
Sono passati 50 anni; molti di noi non ci sono più; gli altri sono rimasti anonimi; fecero un difficile lavoro, ma, avendoli conosciuti da dentro, fecero con entusiasmo quello che ritennero il loro dovere nei confronti di Firenze.